FINE
il ladro di ciliegie
Una mattina presto, molto prima del canto del gallo,
mi svegliò un fischiettio e andai alla finestra.
Sul mio ciliegio – il crepuscolo empiva il giardino -
c’era seduto un giovane, con un paio di calzoni sdruciti,
e allegro coglieva le mie ciliege. Vedendomi
mi fece cenno col capo, a due mani
passando le ciliege dai rami alle sue tasche.
Per lungo tempo ancora, che già ero tornato a giacere nel mio letto,
lo sentii che fischiettava la sua allegra canzonetta.
Bertolt Brecht, 1956
trad. di Franco Fortini
musica : genesis
Hugo Sanchez aveva finito il turno di notte all’hotel dove lavorava come adetto alle pulizie. Erano le 5 di un mattino umido, una leggera nebbia copriva il cielo e il mare di un colore uniforme. Il sole avrebbe vinto quel grigio solo più avanti nella mattina.
Hugo era stanco, aveva voglia di farsi una doccia e di bere un caffè, ma decise di passare comunque dalla spiaggia di Hornitos, dove suo fratello ,che faceva il pescatore, stava per tornare con la barca.
Guidava con il finestrino abbassato, guardando il mare. Fece le ultime curve prima del promontorio in seconda, perchè gli occhi gli si chiudevano dal sonno.
Svoltò a destra un’ultima volta ed entrò nel golfo. Ed allora le vide.
A 241 chilometri di distanza, a Cuernavaca nell’interno del Messico, Sue usci dalla stanza. La notte era stata una lunga agonia, ora era tutto finito. Mentre si affacciava alla ringhiera del balcone sentì l’aria fredda del mattino asciugarle le lacrime. Ora era tutto finito. Non provava quasi più dolore , sentiva solo una grande stanchezza.
La mattina del 5 gennaio 1979, sulla spiaggia di Acapulco andarono a morire 56 balene ; la stessa mattina moriva, sfinito dal morbo di Lou Gehrig, Charles Mingus. aveva 56 anni
In altre parole in me ci sono tre persone, la prima occupa sempre il centro, indifferente, senza preoccupazioni, senza emozioni;
osserva e aspetta l’occasione di esprimere quello che vede agli altri due.
La seconda è come un animale spaventato, che attacca perchè teme di essere attaccato.
E poi c’è una persona piena d’amore, forse troppo, che permette agli altri di entrare al sancta sanctorum del proprio essere, si fa insultare, si fida
di tutti, firma contratti senza leggerli e si lascia convincere a lavorare sottocosto o gratis, e quando si accorge che l’hanno fregato
uccidere, e distruggere tutto ciò che gli sta intorno, compreso se stesso, per punirsi di essere stato tanto stupido.
Ma non ce la fa, e si richiude in se.
Charles Mingus – Peggio di un Bastardo
musica : charles mingus
la lentezza e l’amore
“Non si guardavano. Nella penombra condivisa entrambi erano seri e silenziosi. Egli le aveva preso la mano sinistra e le sfilava e le metteva l’anello d’avorio e l’anello d’argento. Poi le prese la mano destra e le sfilò e le mise i due anelli di argento e l’anello d’oro con pietre dure. Lei porgeva alternativamente le mani. Questo durò qualche tempo. Continuarono ad allacciare le dita e ad unire i palmi. Procedevano con lenta delicatezza, come se temessero di sbagliare. Non sapevano che era necessario quel gioco perché una determinata cosa accadesse, nel futuro, in una determinata regione.”
Jorge Luis Borges · Il Gioco - Storia della notte
musica : paul weller
la lentezza e la memoria
C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio.
Prendiamo una situazione fra le più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo.
Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo.
Nella matematica esistenziale il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio.
Da tale equazione si possono dedurre diversi corollari, per esempio il seguente: la nostra epoca si abbandona al demone della velocità ed è per questo motivo che dimentica tanto facilmente se stessa.
Ma io preferisco rovesciare questa affermazione: la nostra epoca è ossessionata dal desiderio di dimenticare, ed è per realizzare tale desiderio che si abbandona al demone della velocità; se accelera il passo è perché vuole farci capire che oramai non aspira più ad essere ricordata; che è stanca di se stessa, disgustata da se stessa; che vuole spegnere la tremula fiammella della memoria.
musica : gentle giant
kabul
Tiziano Terzani - Lettera da Kabul – Il venditore di patate e la gabbia dei vecchi lupi. – 24 dicembre 2001 – Corriere della Sera
KABUL – La vista è stupenda. La più bella che potessi immaginarmi. Ogni mattina mi sveglio in un sacco a pelo disteso sul cemento e qualche piastrella di plastica d’ uno stanzone vuoto all’ ultimo piano del più alto edificio del centro città e gli occhi mi si riempiono di tutto quel che un viaggiatore diretto qui ha sempre sognato: la mitica corona delle montagne di cui un imperatore come Babur, capostipite dei Moghul, avendole viste una volta, ebbe nostalgia per il resto della vita e desiderò che fossero la sua tomba; la valle percorsa dal fiume sulle cui sponde è cresciuta la città a proposito della quale un poeta, giocando sulle due sillabe del nome Kabul in persiano, scrisse: «La mia casa? Eccola: una goccia di rugiada fra i petali di una rosa»
(…) Ora tocca ai Talebani essere vittime degli americani che vogliono vendicare i loro morti e soprattutto vogliono ristabilire nel mondo l’ idea della loro invulnerabilità. Il fatto che i Talebani non siano direttamente – e forse neppure indirettamente – responsabili di quei morti è ormai irrilevante. Così come è irrilevante che gli afghani, certo non coinvolti nel massacro delle Torri Gemelle, siano stati i primi a pagare il conto di quella vendetta. Quanto caro sia stato resta un mistero. Questa è una guerra seguita da centinaia di giornalisti, una guerra a cui è certo dedicata più carta stampata e più ore televisive di qualsiasi altra guerra precedente, eppure è una guerra che gli Stati Uniti con grande determinazione riescono a mantenere invisibile e di cui non faranno mai sapere l’ intera verità.(…)
Se qualcuno solleva qualche dubbio la risposta è ormai sempre la stessa: «Ricordatevi dell’ 11 settembre», come se quelle vittime potessero giustificare tutto, come se quelle vite fossero diverse dalle altre e comunque valessero molto, molto di più. Una forma di violenza si aggiunge ad un’ altra. Solo interrompendo questo ciclo si può sperare in una qualche soluzione, ma nessuno sembra disposto a cominciare. Fra le tante organizzazioni non governative che si affollano ora in Afghanistan a portare, coi soldi dei vari governi, la loro versione di umanità e di aiuti, non ho sentito di nessuna che intenda venire qui a lavorare per la riconciliazione, a proporre la non violenza, a far riflettere gli afghani – e forse anche gli altri – sulla futilità della vendetta. E, mio Dio, se ce ne sarebbe bisogno! Raramente ho visto un paese così imbevuto di violenza, di ostilità, così propenso alla guerra. Dovunque mi rivolgo sento odio. I Tagiki odiano i Pashtun, gli Uzbeki odiano i Tagiki, i Pashtun odiano gli Uzbeki e tutti odiano gli Hazara, visti ancora oggi come i discendenti delle orde mongole – il loro nome significa «a migliaia» – ed eredi di Gengis Khan. Ho sempre creduto che la sofferenza fosse una maestra di saggezza e venendo in Afghanistan pensavo di trovare qui, dopo tanta sofferenza un terreno fertile per una riflessione sulla non-violenza ed un impegno alla pace. Per niente! Neppure là dove sarebbe più ovvio.
(…)
La attuale, diffusa indifferenza verso quel che sta succedendo agli afghani ed in fondo a noi stessi ha radici profonde. Anni di sfrenato materialismo hanno ridotto e marginalizzato il ruolo della morale nella vita della gente, facendo di valori come il danaro, il successo ed il tornaconto personale il solo metro di giudizio. È questo nuovo tipo di uomo occidentale, cinico ed insensibile, egoista e politicamente corretto – qualunque sia la politica -, prodotto della nostra società di sviluppo che oggi mi fa paura quanto l’ uomo col Kalashnikov e l’ aria da grande taglia-gole che ora è ad ogni angolo di strada a Kabul. I due si equivalgono, sono esempi diversi, dello stesso fenomeno: quello dell’ uomo che dimentica d’ avere una coscienza, che non ha chiaro il suo ruolo nell’ universo e diventa il più distruttore di tutti gli esseri viventi, ora inquinando le acque della terra, ora tagliandone le foreste, uccidendone gli animali ed usando sempre più sofisticate forme di varia violenza contro i suoi simili. In Afghanistan tutto questo mi appare chiaro. E mi brucia e mi riempie di rabbia..
(…) L’ Afghanistan è stato da sempre, per la sua posizione geografica, il grande corridoio del mondo. Da qui son passate tutte le grandi religioni, le grandi civiltà, i grandi imperi; da qui son passate tutte le razze, tutte le idee, tutte le arti. L’ Afghanistan è una miniera di storia umana, sepolta nella terra di posti come Mazar-i-Sharif, Kabul, Kunduz, Herat e Balkh. «E voi che ci fate qui?», chiese nel 1924 un viaggiatore americano, sorpreso di vedere a Kabul, fra quelle delle grandi potenze, anche una ambasciata italiana. «L’ archeologia», si sentì rispondere dall’ allora ministro plenipotenziario Paternò dei Marchi. Dall’ inizio del secolo scorso tanti sono stati gli scavi fatti in Afghanistan da nostre missioni scientifiche ed era davvero penoso, nelle prime settimane dei bombardamenti, sentire che i B-52 americani, alla caccia dei Talebani, praticavano ora una loro nuova forma di archeologia andando a scavare, a suon di bombe a tappeto, proprio in quei posti preziosi. Questo d’ essere al centro di un qualche interesse altrui è il destino dell’ Afghanistan. È così che, da Alessandro il Macedone, ai mongoli, ai russi, agli inglesi nell’ Ottocento, il Paese è sempre stato la posta di un Grande Gioco. È esattamente ancora oggi così. (…)
Bisognava guardare le stupefacenti montagne che, al calar del sole, sembrano prendere vita e muoversi col mutare delle ombre e dei colori, per non disperarsi: la vecchia storia stava semplicemente rincominciando. La «comunità internazionale» pensa di aver trovato una soluzione per i problemi dell’ Afghanistan in una formula che combina violenza e soldi, milizie afghane colpevoli di vari misfatti, ma ora tenute a bada anche loro dai B-52, ed una persona per bene come il nuovo capo dell’ esecutivo Hamid Karzai, unico e debole Pashtun fra i rappresentanti forti delle altre etnie. Spero che la formula funzioni, ma non ci credo. Certo, anche a Kabul la vita riprende. L’ ho vista riprendere a Phnom Penh dopo la fine dei Khmer Rossi, l’ ho vista riprendere nelle foreste del Laos e del Vietnam defoliate dagli agenti chimici e cancerogeni degli americani. Ma che vita? Una vita nuova, una vita più consapevole, più tollerante, più serena o la solita vita di ora: aggressiva, rapace, violenta? Uno dei momenti che non dimenticherò di questi giorni a Kabul è stata la visita allo zoo. «Vale la pena, mi creda», aveva suggerito il «venditore di patate». Era venerdì, giorno di festa per i musulmani e qualche decina di persone avevano pagato i duemila afghani (150 lire) del biglietto per entrare a vedere la collezione più patetica e misera di animali che uno possa immaginarsi: un piccolo orso col naso scortecciato e purulento, un vecchio leone che non sta più sulle gambe ed a cui è morta di recente la leonessa, un cerbiatto, una civetta, due aquile spennacchiate e tanti conigli e piccioni. Durante le battaglie fra i vari gruppi mujaheddin dell’ Alleanza del Nord, prima che arrivassero i Talebani, lo zoo è stato per po’ la linea del fronte; ci son cadute sopra varie bombe e missili e molte gabbie si sono sfasciate permettendo a vari animali di scappare. I lupi non sono stati fortunati ed in una gabbia puzzolentissima, senza acqua, dove un guardiano butta una volta al giorno degli avanzi di carne, sono rimasti due vecchi esemplari. Sono lì da anni: soli, prigionieri, chiusi nello stesso spazio. Si conoscono. Si conoscono bene, eppure strisciano in continuazione guardinghi contro le pareti ormai lustre e la rete tutta rabberciata e, incrociandosi, ogni volta ringhiano, si mostrano i denti e si aggrediscono, aizzati da una piccola folla di uomini che forse s’ illudono d’ essere diversi e non si rendono conto d’ essere, anche loro, nella gabbia dell’ esistenza solo per morirci.
Tanto varrebbe allora viverci in pace.
dietro l’immagine – blow up

“La realtà ci sfugge, muta continuamente. Quando crediamo di averla
raggiunta, la situazione è già un’altra. Io diffido sempre di ciò che vedo, di ciò che un’immagine mi mostra, perché “immagino” quello che c’è al di là; e ciò che c’è dietro un’ immagine non si sa. Il fotografo di ‘Blow up’, che non è un filosofo, vuoi andare a vedere più da vicino. Ma gli succede che, ingrandendolo troppo, l’oggetto stesso si scompone e sparisce. Quindi c’è un momento in cui si afferra la realtà, ma il momento dopo sfugge.”
(Michelangelo Antonioni, 1966)
“Noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’é un’altra più fedele alla
realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto
quest’ultima. Fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai. O forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà. Il cinema astratto avrebbe dunque una sua ragione di essere” (Michelangelo Antonioni, 1964)
musica : the yardbirds
incontro
Estate 1972, una giornata di sole a Intra sul lago Maggiore.
Allora , di fronte all’imbarcadero , quello vecchio, bellissimo tutto in ferro e in stile liberty, c’era un negozio di dischi e strumenti musicali.
Lì ho comperato il mio primo LP: Radici di Francesco Guccini.
Avevo letto una recensione su Ciao 2001, il settimanale che un amico più grande mi aveva consigliato. (Devo a lui la scoperta della musica rock, mi aveva prestato quell’inverno Jethro Tull, Craem, Claudio Rocchi, Uriah Heep, Ten Years After ed altro che ora non rammento. Li ascoltavo su un vecchio philips monofonico a valigetta di mio padre. Lo stereo l’avrei comperato il natale seguente.)
Di quel disco ricordo che mi innamorai subito di Incontro, una piccola magia per me, dove amore, dolore e letteratura formavano un mondo unico, un mondo su cui io ragazzino , proprio allora cominciavo ad affacciarmi.
la pulzella d’orleans
Attraverso il buio Giovanna d’Arco
precedeva le fiamme cavalcando
nessuna luna per la corazza ed il manto
nessun uomo nella sua fumosa notte al suo fianco.
Sono stanca della guerra ormai
al lavoro di un tempo tornerei
a un vestito da sposa o a qualcosa di bianco
per nascondere questa mia vocazione al trionfo ed al pianto.
Son parole le tue che volevo ascoltare
ti ho spiato ogni giorno cavalcare
e a sentirti così ora so cosa voglio
vincere un’eroina così fredda, abbracciarne l’orgoglio.
E chi sei tu lei disse divertendosi al gioco,
chi sei tu che mi parli così senza riguardo,
veramente stai parlando col fuoco
e amo la tua solitudine, amo il tuo sguardo.
E se tu sei il fuoco raffreddati un poco,
le tue mani ora avranno da tenere qualcosa,
e tacendo gli si arrampicò dentro
ad offrirgli il suo modo migliore di essere sposa.
E nel profondo del suo cuore rovente
lui prese ad avvolgere Giovanna d’Arco
e là in alto e davanti alla gente
lui appese le ceneri inutili del suo abito bianco.
E fu dal profondo del suo cuore rovente
che lui prese Giovanna e la colpì nel segno
e lei capì chiaramente
che se lui era il fuoca lei doveva essere il legno.
Ho visto la smorfia del suo dolore,
ho visto la gloria nel suo sguardo raggiante
anche io vorrei luce ed amore
ma se arriva deve essere sempre così crudele e accecante.
Joan of Arc - Leonard Cohen - (traduzione di Fabrizio de Andrè)
una donna, un simbolo nazionale, una santa, libri, statue, dipinti, molta musica e canzoni , molti film (uno grandissimo di Dreyer). una vita di soli diciannove anni.
Ci occuperemo in questa puntata del Lettore Superiore. Questo lettore, oltre che dagli occhiali e dal colore del viso, tra il bianco Fabriano e il giallo pergamena, è riconoscibile dall’espressione di spregio e disgusto con cui si aggira tra gli scaffali della libreria. Egli ha infatti letto e riletto tutta l’umana grafomania, raccolta nella sua biblioteca di un milione di volumi che nessuno ha mai visto, ma di cui lui assicura l’esistenza. Al termine di questo Giudizio Letterario Universale, egli non salva che tre o quattro rarissimi e scelti autori.
Il resto è un magma cartaceo che lo schifa, ma in cui ama tuffarsi per una sublime forma di perversione.
Eccolo perciò entrare in libreria come in un tunnel dell’orrore, sospirare addolorato vedendo una copertina che lo disturba, gemere di raccapriccio davanti alle pile di scrittorucoli circostanti. Talvolta, arricciando il labbro, si avvicina a un volume, lo solleva per un angolo, come fosse il cadavere di un topo, legge la prima pagina e lo lascia ricadere con espressione schifata. Alcuni Lettori Superiori particolarmente teatrali simulano conati di vomito o reazioni allergiche quali asma e prurito.
Soltanto nella zona dei Libri Superiori, da lui individuata in angolo apposito, egli si placa per raggiungere l’Unico Degno, il Solo Leggibile, il Vero Autore, Kostantin Markus Swolanowsky. Trovatolo sullo scaffale, lo sfiora con le dita e poi volge intorno uno sguardo di rimprovero che coinvolge:
a] i lettori che non comprano abbastanza Swolanowsky;
b] i librai che non l’hanno messo nella dovuta evidenza;
c] la cultura occidentale in genere.
Il Lettore Superiore diventa particolarmente pericoloso quando si accompagna, in veste di Consigliere, a un Lettore Normale. In questo caso il protocollo è il seguente: il Lettore Normale si avvicina timidamente ad un libro, lo sfoglia, poi volge gli occhi verso il Consigliere. Se incontra un’occhiata di disapprovazione, posa il libro e prosegue. Attraversa chilometri di volumi, sempre marcato strettamente e sempre dissuaso. Timidamente indica un libro, lassù sullo scaffale, che forse lo interesserebbe. Ma il commento del Consigliere è sempre lo stesso “Robetta, ciarpame, scrittore improvvisato, romanzuccio stantio”.
A questo punto il Lettore Normale si dirige tristemente verso il reparto Libri Superiori, dove rassegnato si lascia mettere in mano il terzo Swolanowsky mensile. Ma non è finita qui! Dopo dieci minuti il Lettore Normale rientra in libreria da solo, e si dirige svelto e furtivo verso il reparto Libri di Fantascienza. Ne compra otto, più due gialli e un horror di duemila pagine. Illuso!
Da dietro la pila di best-sellers ove era in agguato, sbuca il Lettore Superiore. Il Lettore Normale viene privato del suo acquisto, redarguito, a volte picchiato, ed esce con un ennesimo Swolanowsky in tasca.
Se siete un Lettore Normale, e siete perseguitato da uno di questi individui, c’è un solo modo per liberarvene. Quando vi trovate in sua compagnia, acquistate l’opera omnia dello Swolanowsky e poi, saltando come un canguro, dirigetevi verso la cassa urlando:
“Adoro Swolanowsky, è mitico, me l’ha consigliato questo mio amico, per me è come farsi una pera, peccato che non faccia televisione, lo legga signore, compri Sera in campagna, c’è la descrizione di un campanile che Proust non gli fa neanche un baffo, e poi è gagliardo come racconta le cene, fa venire un appetito che non le dico, io ogni volta che lo leggo devo farmi un’amatriciana”. Quindi sbottonatevi la giacca sotto la quale avrete indossato una maglietta con l’effigie di Swolanowsky e iniziate ad urlare, sull’aria di un coro calcistico:
«Alé – oh – oh, Swolanowsky oh – oh!».
Dopo pochi minuti di questo show, sicuramente vedrete il Lettore Superiore sgattaiolare via, fingendo di non conoscervi. Se proprio volete assaporare il trionfo, gli avrete infilato in tasca, a sua insaputa, il libro di fantascienza Le vergini verdi di Andromeda. Egli farà risuonare l’allarme e verrà redarguito davanti a tutti con la seguente frase: “Va bene che lei ha la passione dei libri di fantascienza, ma non è un buon motivo per rubarli”.
La vostra vendetta sarà di qualità superiore.
Altre tipologie di lettore :
Lettore del tipo “Sperduto”
Il Lettore Entusiasta
Il Lettore Fissato
Il Lettore Indeciso
Stefano Benni - Psicopatologia del lettore quotidiano (come riconoscerlo in libreria, come aiutarlo, come liberarlo dal suo vizio)
tratto da EFFE della primavera 1996 (N. 2)
musica : Thelonius Monk








